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IneLouttabile
" Proprio come un'aquila nella pioggia del tuono, quando veste di lampi le ali "
DIARI
30 dicembre 2011
Lost Duck Found Sir(en)



" Sono fuori di Me e sto in pensiero perché non mi vedo tornare. "

L. Tenco



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DIARI
28 ottobre 2011
Because You're Mine I Walk The Line

"Si innamoro' come si innamorano sempre tutte le donne intelligenti: come un'idiota".
(Angeles Mastretta)






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DIARI
19 ottobre 2011
Apologo sull'onestà nel Paese dei corrotti

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, nè che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una contro società di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una contro società che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sè (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’e’. Bè adesso sappiamo cos’è”.

Italo Calvino - Pubblicazione su 'La Repubblica'  in data 15/03/1980




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DIARI
14 settembre 2011
()
Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

( Conosco delle Barche - J. Brel )



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DIARI
18 marzo 2011
Mitsuki

Ridiamo piano, perché un po’ l’avevamo dimenticato come si faceva a ridere. Eppure è un’azione così involontaria regolata e non regolamentata dai mai regolari angoli della bocca. Rido piano e tolgo piccoli prismi di sale dalla superficie ruvida di un cracker miracolosamente integro, mentre lo penso si rompe ed il gioco mi par noioso tutto ad un tratto. Farnetico di lune e perigei mentre tu spengi note come fossero fiammelle di candela re-spirate tra polpastrelli chiusi, la testa nei testi o nei tasti, che importa, se riesco a ridere piano. Godot che arriva spalanca la porta e l’aria scompiglia i capelli, Tyson arranca e cede su quell’unico colpo mentre la sequenza delle cinque di mattina ha il sapore di spore di viso sotto a palmi compassionevoli mentre col compasso dei pollici esegui cerchi scomposti sui 58  centimetri della mia vita. Numeri, che saltabeccano dai muri alla finestra. Finestra dai profili canini annessi, lisciati sui vetri quando non si liscia un bersaglio, nasi bagnati da rugiada di brughiere o da pozzanghere piovane aperte su buche di giardino. Abbai di arrivo o di partenza a sottolinear disparità di trattamento sotto ad abbaini opachi. Ridiamo piano, dietro alle pieghe perenni di abiti che hanno trovato un loro posto nell’armadio. Ridiamo piano usando i piedi nudi per gravitar attorno al nostro anello di rotazione che segna equinozi di appartenenza e solstizi di vicinanza. Sopra le gote Giove pluvia, governo ladro. Ridiamo piano tra katane o shinai inverosimili per zantetsuken volanti sulle lame di Odino, ridiamo piano per servitù irrispettose che escon con l’edizione mattiniera delle sei con annesso cd ciarliero sui vizi capiti e capitali del padrone. Ridiamo piano sopra squalk di stagni arborei e verdi foglia impreziosenti boschetti invernali, grondaie con flauti riparatori assicurati per cadute di albero a tradimento, cime e drizze a cipressi lineari in coda su viali di vento con mure a dritta e derive di avanzamento. Ridi piano nella finale condivisione di fede e di federe, il cuscino rotola sopra ai solchi del parquet, mezza tenda si sposta lanciando una manciata di luce sul mio angolo sinistro, luna al perigeo che intasa le pareti come le luminarie sparse fanno attorno ai draghi cinesi di festa e cartapesta, bruciati dai soffi non più  contenuti delle lanterne che tra il cielo e Buddha mi convincono ad amarti ad Aeternum.




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DIARI
6 marzo 2011
Miss Tificazione

- " Ovvio mamma. Certo che si. Mi faccio sentire io sicuramente... Ma tranquilla davvero, non esistono problemi di sorta. E' talmente perfetto... Pensa che oggi addirittura è andato a giocare a golf. Si, si. Vestito di tutto punto in preciso preciso Scots style. Altro che tuta della domenica e affini... Eh si mamma, i giorni d'oggi. Comprendo benissimo. Ma poi imparagonabile al tuo effettivo ed unico genero che al massimo, proprio per larghezza di vedute, si e no sarà riuscito a leggere Wilbur Smith. Altra classe proprio. Questa vena letteraria e poetica che ha così profondamente impressa, quasi ad inchiostro sulla pelle, in un certo modo tatuata oserei dire. Una smania da verso sparso che gli percuote le gambe, i polpacci, quasi a spingerlo verso ormai non più temuti mari... Impressionante, impressionante... Poi non so spiegartela questa cosa ma è talmente così pieno di luce propria, elemento così di spicco rispetto ad ogni contorno, così risaltante rispetto ai confini del resto che se... Non so... Se magari capitasse in uno stadio e qualcuno fosse tentato di scattar fotografie lui sarebbe sicuramente uno dei papabili soggetti ripresi... Eh si si, finalmente la tranquillità... Cosa? Che cosa hai visto? Manifestazioni contro la Lega? Gente che insultava Maroni, Berlusconi e Calderoli? Cose da pazzi eh. Questa massa di gente urlante slogan triti e ritriti. Pensa che una volta lui ci si è trovato in mezzo, ed è restato talmente scioccato ed incredulo da salir sopra al tetto di un furgoncino per paura di esser travolto da questi villici... Che amarezza mamma, che amarezza... "



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DIARI
1 marzo 2011
Si.

"Ti propongo di costruire
un nuovo canale
senza chiuse
né scuse
che comunichi finalmente
il tuo sguardo
atlantico
col mio naturale
pacifico" 
(Mario Benedetti)



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DIARI
13 febbraio 2011
Perfection

"Proprio da quella contraddizione, contro qualunque probabilità, sei Tu... Solamente Tu che emergi. 
Riuscire a distillare una forma così specifica da tutto quel caos.... E' come trasformare l'aria in oro... 
Un miracolo..."

Nulla sarebbe meglio.
T.



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DIARI
20 gennaio 2011
LoUmiltà Non Abita Qui
Sono la versione eccentrica di un più che perfetto capolavoro estetico,
arricchito con intarsi pregiati raffiguranti una pessima ed efferata personalità.



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DIARI
3 dicembre 2010
"Poetry is what gets lost in translation"
Forse ricorderai quell'uomo magro
che uscì dall'oscurità come un coltello
e prima che sapessimo, sapeva:
vide il fumo e decise che veniva dal fuoco.

La pallida donna della chioma nera
sorse come un pesce dall'abisso
e tra i due levarono contro l'amore
una macchina armata di denti numerosi.

Uomo e donna divelsero monti e giardini,
scesero ai fiumi, s'arrampicarono per muri,
spinsero sui monti la loro atroce artiglieria.

L'amore seppe allora di chiamarsi amore.
E quando sollevai i miei occhi al tuo nome
il tuo cuore d'improvviso dispose la mia strada.

(Forse ricorderai - P. Neruda)




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